Andrea Vici, l'architetto che rifece il look alla Cascata
Pubblicata il 28 Ottobre 2017
Il percorso di studi dell’architetto marchigiano Andrea Vici (Arcevia/AN, 1743 – Roma, 1817) fu abbastanza atipico: apprese le nozioni di architettura presso l'allievo, collaboratore e continuatore di Luigi Vanvitelli, Carlo Murena. Risalì quindi al maestro soltanto nel 1769, quando Vanvitelli lo convocò a Napoli in sostituzione del folignate Giuseppe Piermarini, invitato a recarsi a Milano (dove come noto realizzò il Teatro “la Scala”). Vici rimase nella città partenopea circa quattro anni, dopodiché venne inviato a Roma per occuparsi di problemi insorti intorno all'operato di Vanvitelli nel campo dell'ingegneria idraulica. L'intimità della relazione tra allievo e maestro è testimoniata dal fatto che nel 1790 Vici acquistò dalla famiglia Vanvitelli una sepoltura a Santa Maria in Vallicella per essere sepolto accanto al maestro.

Vici infatti era a fianco di Vanvitelli nel periodo delle sue ultime fatiche, quelle relative ad alcune chiese napoletane, al Palazzo Reale di Milano, nonché, naturalmente, alla Reggia di Caserta. Fu proprio come esperto di idraulica che si affermò e che si rivelò fondamentale nell’assistere Vanvitelli: i lavori alla Reggia di Caserta infatti abbisognavano di un apporto idrico costante per il quale si rese necessaria la costruzione di una grandiosa opera di ingegneria idraulica, il cosiddetto Acquedotto Carolino (in onore di Carlo di Borbone), noto anche come Acquedotto di Vanvitelli, i cui lavori erano stati inaugurati nel 1753 ma che vennero completati soltanto nel 1770, quando cioè Vici si trovava a Caserta. Il progetto era così ambizioso che lo sterminato viale Carlo III di Borbone, che collega attraverso uno sterminato rettilineo Caserta a Napoli, doveva essere costeggiato da ruscelli, derivazioni dell'acquedotto, che non furono mai realizzati. Tuttavia, è evidente che solo in un cantiere del genere, così ambizioso, si poteva formare uno dei più grandi esperti di tutti i tempi di opere idrauliche.

Infatti da allora fu un susseguirsi di incarichi di responsabilità e di successi per Vici, che gli valsero la carica di Primo Ingegnere della Congregazione delle Acque dello Stato Pontificio (alla quale si aggiunsero poi quella di Architetto della Fabbrica di San Pietro e Principe dell'Accademia di San Luca). In questa veste, nel 1782 si recò per la prima volta a Terni, che frequentò abbastanza assiduamente fino al 1795 (intervenne pure nell’edificazione di Palazzo Gazzoli) accettando l'ambiziosa sfida di modificare l’aspetto della Cascata delle Marmore grazie all’escavazione del cosiddetto “taglio diagonale”, noto anche come canale Pio dal nome del committente, papa Pio VI. Questo canale artificiale, tramite un taglio del pendio roccioso ai piedi del primo salto, convoglia ancora oggi una parte delle acque del Velino verso un ramo laterale il quale, dopo aver superato tre cascate secondarie rispetto ai tre salti principali ma di bellezza forse addirittura maggiore, sbocca anch’esso nel fiume Nera, consentendo un deflusso scaglionato e dunque più regolare, contraddistinto da un impatto tra i due corsi d’acqua assai meno violento di quanto non lo fosse fino ad allora. Quest'intento è dimostrato dalle accurate ricognizioni compiute sul posto da Vici, riscoperte dagli studi di Miro Virili che ha rinvenuto i disegni originali dell'architetto marchigiano alla Biblioteca Paroniana di Rieti.

La buona riuscita del difficilissimo incarico permise finalmente di scongiurare la minaccia delle continue inondazioni a cui Terni e i borghi della Valnerina ternana erano ormai abituati da molti secoli. Insomma, prima dell’intervento di Vici, la Cascata non era affatto un posto sicuro da visitare, così come invece divenne dalla fine di quei lavori (1787), quando immediatamente si scatenò la moda della visita alle cascate delle Marmore tra poeti, scienziati, romanzieri, incisori e pittori. Inoltre, a ben guardare, senza l’intervento di Vici non avremmo la possibilità di ammirare altre tre piccole cascate che di certo, con il loro incanto, contribuiscono alla fama straordinaria che il sito ancora oggi può vantare, tanto che sono proprio le cascate del canale Pio quelle che più di tutte sembrano colpire i visitatori del parco, che possono ammirarle da distanze molto ravvicinate.

Insomma, meriterebbe un po’ più di gloria questo architetto e ingegnere che è stato fondamentale per la storia di Terni e di cui invece soltanto un'epigrafe commemorativa dei lavori voluti dal pontefice, posta a Marmore in prossimità del ponte sul Velino, lungo la SS 79 in direzione di Rieti (odierna Via Pietro Montesi), ricorda distrattamente l’operato in questo territorio.

Saverio Ricci

Storico dell’arte e guida turistica



* Le immagini 2 e 3 sono tratte dal volume “L'Opera della Cascata. Guida dei beni culturali della. Cascata delle Marmore. tra archeologia, storia e cultura industriale”, a cura di Miro Virili, testi di Miro Virili, Stefano Notari, Gianni Bovini. Arrone, Edizioni Thyrus, 2015

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