Il travertino di Marmore e la sua fama millenaria
Pubblicata il 07 Dicembre 2017
Il travertino di Marmore e la sua fama millenaria: dalla Naturalis Historia di Plinio alle Vite del Vasari

“In exitu paludis Reatinae saxum crescere”, ovvero “Dove finisce la palude Reatina cresce la pietra”, lasciò scritto Plinio il Vecchio, insigne naturalista dell’antichità, autore della monumentale Naturalis Historia. Per capire la sua affermazione bisogna sapere che Plinio era un geologo ante litteram, animato da così tanta curiosità che morì intossicato dai fumi del Vesuvio durante la celeberrima eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei ed Ercolano; attratto dallo straordinario fenomeno, Plinio decise infatti di avvicinarsi in barca alla zona interessata per poter osservare meglio l’eruzione e passò la notte a Stabia nella villa di un amico, dove però trovò la morte a causa dei gas irrespirabili.

La pietra di cui scrisse Plinio, che egli aveva bene inteso formarsi spontaneamente attraverso un processo di precipitazione di carbonato di calcio (calcare), di cui è ricca l’acqua del Velino, sarebbe stata tuttavia confusa, dagli abitanti del luogo, con il marmo. È quindi proprio a causa di quest’errore storico che la Cascata deve il toponimo con il quale è diventata famosa in tutto il mondo. Il nome stesso della zona, o meglio della rupe calcarea da cui il fiume Velino precipita, deriva pertanto dal latino Marmor e infatti Marmore dev’essere inteso come caso locativo del sostantivo da cui deriva, equivalente nell’italiano contemporaneo al complemento di stato in luogo. In definitiva, è traducibile letteralmente come “presso il marmo”. Per molti secoli, pertanto, la Cascata venne di fatto identificata in quanto vicina alle cave di travertino. Le quali, conseguentemente, dovevano essere altrettanto famose, se non di più, della cascata stessa.

Ma vediamo di capire meglio le peculiarità di questa pietra: si tratta di un travertino litoide, caratterizzato da una consistenza spugnosa e da ampie vacuolarità; da qui l’altro termine con cui è noto localmente, ovvero pietra sponga, dal latino Spongia=Spugna. Molto usata fin dall’antichità sia a Terni che Rieti, ovvero i due principali centri abitati più vicini alla Cascata, la pietra calcarea di Marmore ha trovato amplissimo impiego come materiale da costruzione fino agli anni Settanta del XX secolo, ad esempio nei numerosi edifici progettati dall’architetto romano, ma ternano d’adozione, Mario Ridolfi. Questo tipo particolare di travertino era molto apprezzata da Ridolfi, essendo una pietra leggera e di agevole lavorabilità appena estratta, ma che al contrario acquista indurimento e compattezza con l’esposizione all’aria. Per questi motivi è ipotizzabile che non appena il ciglione del pianoro marmorese, che era continuamente sommerso dall’acqua stagnante del Velino, venne liberato, gli antichi dovettero iniziare a estrarne blocchi da costruzione, ammirandone la durezza e il colore bianco. Caratteristiche riconosciute da molti studiosi; questa ad esempio è la descrizione che ne fece l’erudito locale Luovico Silvestri: “Tutto il piano delle Marmore è formato da coteste concrezioni calcaree, tartarose, stalattitiche, alabastrine, le quali danno un eccellente materiale per fabbriche, poroso, leggero, facile a tagliarsi ed a ridursi a quella foggia migliore che piaccia, appena estratto dalla cava, ma al contatto dell’aria riceve durezza lapidea e di massima solidità” (Memorie storiche di Terni, Rieti, 1856).

I monumenti dell’antica Interamna Nahars (il nome del municipio ternano di età romana) risultano impiegare massicciamente il travertino di Marmore, segno evidente dello sfruttamento intensivo delle cave a partire fin dal III sec. a.C. Grandi blocchi di forma grezza e irregolare sono facilmente riconoscibili nel tessuto murario di Ponte detto del Toro, vicino alla Cascata, e nell’ampio tratto delle Mura cittadine che ancora si erge in quella strada che un tempo giustamente recava il nome di Via delle Mura (titolazione che l’ufficio toponomastico ha cancellato senza motivo), tra piazza Briccialdi e l’ingresso al Parco “Gianfranco Ciaurro”. Senza considerare che altri tratti visibili sono inglobati nelle Mura medievali che dall’ingresso del parco proseguono fino a Viale della Rinascita: alcuni blocchi recano ancora incisi i marchi di cava, tra i quali certamente quella che estraeva la pregiata pietra sponga sul pianoro di Marmore.

Un paio di secoli dopo, si ritrova adoperata la medesima pietra sponga, ma in forma più raffinata, per ricavare i quadrelli (cubilia) che compongono la cortina in opus reticulatum dell’Anfiteatro Romano, così come per il paramento esterno del Teatro (tecnica muraria ancora evidente nei resti superstiti, oggi purtroppo degradatissimi, situati in Via del Pozzo).

Nel Medioevo, poi, la pietra marmorese, essendo estratta in loco e non obbligando dunque a costi dispendiosi per l’acquisto e il trasporto, era l’unico materiale da costruzione a cui si poteva fare ricorso in città e nei suoi immediati dintorni. La ritroviamo pertanto in tutti gli edifici di culto di fondazione medievale (le chiese ternane di San Salvatore, San Pietro, San Lorenzo, San Tommaso, San Cristoforo, San Francesco, San Marco, Sant’Alò, il monastero di San Benedetto in Fundis vicino Stroncone, la pieve di Santo Stefano nei pressi di Collescipoli, il Santuario di San Francesco a Piediluco, l’Abbazia di San Nicolò a San Gemini, ecc.) nonché nell’edilizia civile (le mura medievali, le case-torri, i palazzi più antichi del centro storico). Insomma, tutte le grandi opere, dai secoli della dominazione romana sino alla fine del Quattrocento, sono state realizzabili solo grazie ai ricchi giacimenti di pietra sponga distribuiti sia sulla rupe di Marmore che a valle. Esistevano infatti diverse cave, fra le quali una è ancora perfettamente riconoscibile in prossimità del Belvedere Superiore, lungo il Sentiero 5 dell’area turistico-escursionistica.

Un’altra miniera lapidea di analoga origine per precipitazione calcarea è ricordata dalle fonti nelle cavità naturali che circondano Cesi, dove lo scrittore tedesco Johann Jacob Volkmann ammirò “gocce solidificate che per la loro chiarezza assomigliavano al cristallo” (Notizie storico-critiche dell'Italia, 1770-71). Per antonomasia inoltre, anche le rocce calcaree utilizzate nella Valnerina settentrionale, ad esempio quelle utilizzate per la costruzione dell’Abbazia di Sant’Eutizio a Preci, sono denominate dagli storici dell’architettura pietre sponghe. Per secoli è stato in uso anche un altro vocabolo, ormai desueto, ovvero “tartaro”: viene così definito in natura la risultante della cristallizzazione del calcare sugli organismi vegetali come muschi e licheni che crescono in ambienti molto umili, quali laghi, paludi e cascate per l’appunto.

Illustrò con parole splendide l’esito di quest’azione del calcare un celebre letterato francese, il marchese de Sade: “ Si attribuisce all’acqua del Velino la capacità di pietrificare. Io lo credo, considerando la qualità delle pietre vermicolate che si vedono nella zona. Strappai alcune radici, e anch’esse mi parvero coperte da una sorta di tartaro di pietrificazione […]. Ai piedi della scala costruita per permettere di osservare la cascata di fronte, è stato praticato un buco nella roccia, attraverso il quale si scorgono in gran numero le radici degli alberi che la ricoprono, e che sono tutte pietrificate. Più in basso c’è un’altra specie di grotta, interamente formata dalle pietrificazioni delle radici degli alberi che coronano la montagna. Vi si distinguono a meraviglia le foglie completamente pietrificate. Bisogna osservare che a causa della pioggia ininterrotta formata dalla nube di vapore, le foglie degli alberi più vicini hanno un colore biancastro assai simile a quello delle foglie interamente pietrificate. Non si deve mancare di osservare questo fenomeno” (Viaggio in Italia, 1775-76).

Ritornando all’uso della pietra sponga nella storia, constatiamo che nel Cinquecento la fama del travertino di Marmore valicò i ristretti confini locali. Possiamo datare con esattezza questo storico traguardo, conoscendo infatti il giorno preciso in cui il celebre architetto fiorentino Antonio da Sangallo il Giovane (autore di edifici straordinari come Palazzo Farnese a Roma, Forte Michelangelo a Civitavecchia, il Pozzo di San Patrizio a Orvieto, la Rocca Paolina a Perugia), accettò l’incarico di Papa Paolo III Farnese che gli ordinava la costruzione di un nuovo emissario del fiume Velino, più profondo dell’allora in funzione Canale Reatino, per migliorare il deflusso delle acque ristagnanti nel sottostante fiume Nera. L’11 dicembre 1545 Sangallo era a Marmore per l’inizio dei lavori, e pochi mesi dopo inviò a Firenze, come dono a Cosimo I de’ Medici, futuro Granduca di Toscana, alcuni blocchi di “tartaro”, che è stato ipotizzato servissero per gli ornamenti rustici delle fontane del Giardino di Boboli, la cui costruzione veniva progettata dall’architetto Niccolò Tribolo proprio in quel periodo, dopo il passaggio di proprietà di Palazzo Pitti alla famiglia Medici (1549).

In una lettera datata 22 Marzo 1546 (il 3 agosto di quell’anno Sangallo sarebbe morto per la malaria contratta proprio mentre conduceva i lavori della Cava Paolina a Marmore), il geniale architetto toscano elogiava entusiasticamente le pietre che “si criano in le cadute delle aque [..] et più belle alla caduta dell’acqua del Lago Velino, la quale aqua si è grossa quanto mezo Arno, e cascha una altezza maggiore non è la cupole de Fiorenza, a uno luogo ditto le Marmora o vero Murmura, dal mormorio grande che fa ditta aqua, e in ditta aqua dove cascha si criano questi diaccioli di saxo, come ne vedrà questi che io mando” (la lettera fu pubblicata per la prima volta da Johann Wilhelm Gaye nel volume Carteggio inedito d'artisti dei secoli XIV, XV, XVI, Firenze 1839-1840).

Possiamo affermare con certezza, dunque, che alla metà del secolo XVI nacque una moda, quella di ornare le fontane con rocce spugnose ricche di concrezioni calcaree, che venne portata avanti per oltre un secolo da artisti del calibro di Vignola, Ammannati, Buontalenti, Giambologna. E come dimostra l’ammirazione di un artista illustre quale il Sangallo, protagonista indiscusso dell’architettura cinquecentesca, i giardini manieristici proliferati a Roma, nella Tuscia e più tardi anche in Umbria, e nei quali furono progettate grotte e scogliere artificiali, i “tartari” utilizzati per la loro costruzione dovevano provenire essenzialmente dalle cave di Marmore, per ragioni meramente pratiche. Tale considerazione ha instillato, in chi scrive, una profonda curiosità per l’argomento. Pertanto ho condotto una breve e limitata ricerca di altre testimonianze in materia, pervenendo infine a una scoperta. Ho infatti rintracciato una menzione di grande interesse storico, finora mai messa in relazione con la storia della Cascata, che conferma e amplifica la testimonianza del Sangallo.

Scrisse infatti Giorgio Vasari, ovvero il più rinomato storico dell’arte di tutti i tempi, autore di fondamentali biografie degli artisti italiani da Cimabue a Michelangelo: “Siccome le fontane che nei loro palazzi, giardini ed altri luoghi fecero gli antichi, furono di diverse maniere […] così parimenti sono di diverse sorte quelle che hanno fatto e fanno tuttavia i moderni, i quali variandole sempre hanno alle invenzioni degli antichi aggiunto componimenti coperti di colature d’acque pietrificate, che pendono a guida di radicioni fatti col tempo, d’alcune congelazioni d’esse acque ne’ luoghi, dove elle son crude e grosse; come non solo a Tivoli, dove il fiume Teverone pietrifica i rami degli alberi ed ogni altra cosa che se gli pone innanzi, facendone di queste gomme e tartari, ma ancora al lago di Piè di Lupo [interpretato correttamene qui come Piediluco, n.d.A.], che le fa grandissime […] che pajono di marmi, di vitrioli e d’allumi” (Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Firenze 1568; la menzione è contenuta nella “Introduzzione di messer Giorgio Vasari pittore aretino alle tre arti del disegno cioè architettura pittura e scoltura”, in part. cap. V, “Come di tartari e di colature d’acqua si conducono le fontane rustiche, e come nello stucco si murano le telline e le colature delle pietre cotte”).

Se Vasari, al quale è notoriamente attribuita una visione toscano-centrica della storia dell’arte, ha voluto riservare un tale elogio alla pietra sponga ternana, ciò non può che significare che essa, quando lo storico aretino scriveva, era molto ricercata e se ne faceva impiego in importanti cantieri, non solo in campo architettonico, ma anche e non secondariamente, scultoreo. A leggere e rileggere queste affermazioni vasariane, si è indotti infine a credere che siamo del tutto ignari, al giorno d’oggi, dell’enorme fama che raggiunsero in passato le cave di Marmore. Da qui bisogna ora partire per compiere indagini bibliografiche e nelle fonti d’archivio, che poi potrebbero essere ulteriormente avallate da studi archeometrici, allo scopo di individuare in quali ville e giardini del XVI e XVII secolo architetti e scultori hanno utilizzato la locale pietra sponga.

Sarebbe interessante sapere ad esemio se fu impiegata nelle monumentali fontane della Villa medicea di Pratolino (odierna Villa Demidoff, in provincia di Firenze). Uno splendido bassorilievo su lamina d’oro e sfondo di ametista realizzato dal rinomato scultore fiammingo Giambologna (Firenze, Palazzo Pitti, Museo degli Argenti), ci mostra lo scultore presentare il modello di una fontana “rustica” a Francesco I de’ Medici per la villa di Pratolino…chissà se per l’occasione le cave di Marmore non fornirono la pietra per la colossale statua allegorica dell’Appenino ? Particolarità di questa scultura, che simboleggia le aspre montagne appenniniche italiane, è quella che il pensoso gigante sembra uscire dal laghetto, un effetto studiato ad arte dal Giambologna che ricoprì la figura di fango, licheni e, guarda caso, concrezioni calcaree.

Di sicuro, per il momento, è che la citazione passata per secoli sotto silenzio del Vasari ci dice che nella storia gloriosa dell’arte italiana del Rinascimento entra di diritto anche un pezzo, fondamentale, del patrimonio culturale di Terni.

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