Basilica di San Valentino

C’era una vasta necropoli sul colle di San Valentino, allora distante un miglio da Terni. In quella necropoli era stato sepolto dopo il martirio il primo vescovo della città e per questo motivo, vuole la tradizione, quando la religione cristiana si fu affermata, in quel punto fu costruita una grande basilica a cinque navate. Sempre la tradizione narra che, col passare dei secoli, essa più volte distrutta vuoi da orde barbariche in transito che dall’incuria, cosicché intorno al 1600 non rimanevano che poche mura annerite da un incendio che chissà quando vi fu appiccato. Resisteva però la testimonianza che in una cripta che stava sotto l’altare maggiore di quella grande basilica, riposasse San Valentino, patrono della città. Scavi promossi dalla diocesi consentirono di rintracciare la cripta (ancor oggi visitabile) e di recuperare le reliquie del santo. Si volle così riedificare la basilica, incaricando i padri carmelitani scalzi di vigilare sulle reliquie del santo. Annesso alla chiesa fu quindi costruito un convento.

I lavori cominciarono nel 1606 e terminarono alcuni dopo. Fu l’arciduca Leopoldo d’Austria che, dopo una visita alla basilica, a proprie spese fece costruire l’altar maggiore di marmo, che volle degno di un santo così importante come lui considerava fosse San Valentino. La basilica fu restaurata nel 1854 (lo testimonia la scritta sulla facciata). Tra le opere dell’interni alcuni dipinti di Lucas de la Haye, pittore fiammingo, ed una Madonna con Bambino e Santi di Andrea Polinori.

Le reliquie di San Valentino, il santo degli innamorati, furono deposte in un’urna di cristallo e bronzo dorato sotto l’altare maggiore nel 1699, quando sull’onda della donazione dell’arciduca d’Austria, tutta la chiesa fu “rivisitata” ed abbellita. Della stessa epoca sono i monumenti funebri della famiglia dei marchesi Sciamanna e la grande croce d’argento dono del Comune di Terni.

Il convento adiacente alla chiesa fu costruito nello stesso XVII secolo a spese del Comune dovendo esso ospitare i frati guardiani delle reliquie del Patrono cittadino. I Carmelitani scalzi lo abitarono ininterrottamente fino al 1861, quando con l’avvento del nuovo Regno d’Italia si fece valere il fatto che proprietario di quelle mura era comunque il Comune seppur insieme al vescovo.

In tempi più recenti il convento è stato utilizzato come alloggio per famiglie non abbienti e successivamente, ristrutturato, è diventato sede della Facoltà Universitaria di Scienze Politiche e poi di Economia. Una lapide posta sopra l’ingresso all’ex convento ricorda la sosta di Garibaldi, con Anita febbricitante a causa del male che la condusse alla morte pochi giorni dopo, e dei garibaldini in fuga da Roma dopo la fine della Repubblica Romana del 1849.

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