Viaggiatori nel tempo

5 AGOSTO 1784

  • Gustavo III, re di Svezia dal 1771 fino alla sua morte nel 1792, fu un benemerito protettore della letteratura e delle arti, fondando nel 1786 l'Accademia Svedese che oggigiorno assegna il Premio Nobel per la letteratura. A Gustavo va dato anche il merito di aver creato il Museo delle Antichità, il più antico museo svedese, che contiene opere classiche acquistate dal re nei suoi soggiorni in Italia tra il 1783-1784.

    Proprio in Italia Gustavo scese una prima volta in incognito nel 1783, celandosi dietro il nome di conte di Haga, per evitare il rischio di truffe. Tanto che il suo agente personale, il giovane figlio del celebre architetto Giambattista Piranesi, mise in burla la sua passione per le opere d’arte e gli oggetti d’antichità: «Il conte di Haga che molto vede e poco paga», scrisse del re di Svezia.

    Tuttavia, l'anno successivo Gustavo III tornò di nuovo in Italia e quella volta acquistò, eccome, tantissime opere. Soprattutto numerose vedute di paesaggi e monumenti italiani, oggi conservate tra il Palazzo Reale e la Galleria Nazionale di Stoccolma e il Castello di Drottningholm. Nel tragitto da Loreto a Roma, raggiunse anche la Cascata delle Marmore, il giorno 5 agosto, come riportato nel suo Diario di viaggio.

    Che il sovrano abbia ammirato lo spettacolo della caduta dell'acqua è certo, dal momento che sappiamo che a Roma incontrò papa Pio VI, che lo accompagnò personalmente a visitare i Musei Vaticani, come ricordato da un dipinto dell’epoca. Pio VI fu il pontefice che più di ogni altro nella storia si occupò di sistemare l'area della Cascata per risolvere il problema secolare delle piene e anche per consentire una visita comoda, costruendo appositamente la torre della Specola, che oggi costituisce il Belvedere Superiore.

    La notizia delle meraviglie viste da Re in Italia si diffuse tra i suoi sudditi: questo è comprovato dalla fama che la Cascata delle Marmore acquisì nelle generazioni successive presso gli artisti svedesi. Ad esempio il pittore Carl Johann Billmark se ne innamorò così tanto da disegnare e produrre una delle più belle incisioni mai realizzate del paesaggio umbro, datata 1852.

    Saverio Ricci
    Storico dell'arte e guida turistica

I SOUVENIR DELLA CASCATA

  • I souvenir della Cascata: una storia di successi commerciali (parte I)

    La Cascata delle Marmore è stata decantata da poeti appassionati come Byron, descritta da narratori fantasiosi come Andersen e ritratta da pittori geniali come Corot. Ma la sua fama ha anche generato fiorenti commerci, che si rivelano interessanti e divertenti da riscoprire.

    Oggi, infatti, conosciamo i nomi di molti artisti di cui possiamo ben affermare, senza paura di smentita, che abbiano realizzato, a scopo puramente di lucro, panorami del sublime paesaggio ternano. Il censimento di queste riproduzioni commerciali diventa poi davvero sfizioso quando ci si rende conto che artisti e artigiani non di rado usavano mettere in vendita le vedute della Cascata insieme a quelle del Colosseo, oppure delle cascate dell’Aniene di Tivoli o di altre bellezze “da cartolina”.

    Come il più celebre, a livello mondiale, tra i monumenti di epoca romana, la Cascata era considerata un elemento identitario di quella nazione, ancora divisa in tanti stati, ma che per tutti era già unita sotto il nome di “Bel paese”. Questo è il motivo per cui fino all’avvento delle moderne tecniche di riproduzione industriali, la Cascata ha avuto un successo strabiliante proprio nel mercato dei souvenir artistici e artigianali.

    Si guardi per esempio quel che propose ai suoi facoltosi clienti il tedesco Wilhelm Friedrich Gmelin (1760-1820). Lavorava prevalentemente come incisore di vedute italiane da quando aveva trent’anni ed evidentemente le sue illustrazioni erano molto apprezzate. Per ottenere guadagni ancora maggiori, nel 1816 prese allora le acqueforti che egli stesso aveva inciso, le quali ovviamente erano monocrome, e le colorò. Ancora oggi è possibile trovare in qualche asta importante le sue vedute, in pendant, della Cascata del Velino vista dal Belvedere Superiore e della Grotta di Nettuno a Tivoli vista dal basso, con i templi di Vesta e della Sibilla in alto. Altre volte invece le sue incisioni erano offerte in serie: insieme alle due cascate d’acqua si trovano così la Piramide Cestia e le Terme di Caracalla a Roma, Palestrina, Albano, le rovine degli Acquedotti della campagna romana, ecc.

    William Brockedon (1787-1854), pittore, esploratore, scrittore e perfino inventore inglese (era figlio di un noto orologiaio londinese), risalì palmo a palmo il corso del fiume Nera, alla ricerca di luoghi da consigliare ai lettori dei suoi Road-books, che erano degli autentici best-sellers all’epoca: alle illustrazioni contenute nel libro ne seguirono anche una serie di incisioni ad ampia tiratura, ancora oggi ricercatissime tra i bibliofili, tra cui apprezzatissime furono quelle raffiguranti il Ponte di Augusto a Narni e la Cascata delle Marmore.

    Anche dopo l’avvento della fotografia, quest’abitudine rimase. Lo scozzese Robert Macpherson (1814-1872), nel 1856 firmò una serie di scatti, poi offerti in vendita in serie in formato ovale, comprendente 10 vedute di monumenti di età romana, tra cui, naturalmente, anche la Cascata delle Marmore, in quanto opera creata dall’ingegno romanissimo di Curio Dentato. Nel 1909, la Cascata comparve anche in una raccolta edita da Vallardi di 50 cromolitografie tratte da dipinti eseguiti dal milanese Carlo Ferrario (1833-1907), bell’e pronte per essere incorniciate, intitolata “Le bellezze d’Italia”. Una serie pensata perché venisse comprata anche da stranieri benestanti: il testo di accompagnamento a fronte era infatti plurilingue, con la descrizione della bellezza tradotta, su varie colonne affiancate, in francese, tedesco e inglese.

    Non ci sorprenderà dunque leggere, nel prossimo articolo di questa rubrica, l’incredibile successo che ottenne la Cascata quando divenne un passatempo di moda spedire cartoline illustrate, e un mezzo indispensabile per pubblicizzare le attività commerciali, affiggere manifesti.

    Saverio Ricci
    Strorico dell'arte e guida turistica

LA CASCATA, UNA PASSIONE REALE!

  • Grazie al successo dei film storici, in numero sempre crescente, che vedono per protagonisti re e regine di Gran Bretagna (da Elizabeth a Il discorso del Re al recentissimo Vittoria e Abdul), riusciamo a immaginarceli, gli altrove elegantissimi e altezzosi monarchi britannici, mentre si arrampicano su costoni rocciosi, in mezzo alle acque fragorose della Cascata, esclamando la tipica espressione inglese “it looks like it’s raining cats and dogs!” (Sembra che stiano piovendo anche cani e gatti !).

    Così, sarà più semplice per noi che viviamo al giorno d’oggi comprendere l’emozione da parte di re e regine, pur abituati a godere di ogni lusso, circondati dal bello, di fronte a una delle più celebrate meraviglie italiane.

    Stando alle memorie dello storico della Casa Reale vissuto nel XIX secolo, Charles Greville, la principessa del Galles Carolina di Brunswick soggiornò per un mese presso Villa Graziani, tra Papigno e la Cascata, ospite di una famiglia altolocata di conti ternani. Carolina era sposata dal 1795 con colui che sarebbe divenuto prima reggente e poi (dal 1820) sovrano del Regno Unito, Re Giorgio IV. Ma la donna era giunta in Italia nel 1814 con l’intenzione di rimanere per qualche anno nel Belpaese proprio per mettersi alle spalle il suo infelice matrimonio: i coniugi risultavano infatti già separati formalmente dal 1796, dopo la nascita della loro unica figlia. Nell’estate del 1817 giunse a Terni in compagnia del suo amante, il valletto milanese Bartolomeo Pergami. Nelle pagine del Voyages and travels of her Majesty, Caroline Queen of Great Britain (1821), troviamo parole che decantano la bellezza della valle del Nera, descritta in maniera dettagliatissima. Degni dell’interesse reale si rivelarono anche alcuni monumenti ternani, come l’Anfiteatro e alcuni eleganti palazzi, nonché i panorami offerti dal Lago di Piediluco, tanto che nel libro vengono rammentate le ore spensierate trascorse dalla nobildonna nella cosiddetta Valle dell’Eco (Monte Caperno).

    Ma più di ogni altra cosa, ovviamente “la principale gloria e vanto di Terni oggigiorno è comunque la celebrata Cascata nei suoi dintorni, che può essere davvero considerata come una delle più nobili e più straordinarie cose di questo genere, non solo in Italia, ma nell’intero universo”. La vacanza a Villa Graziani, così apprezzata da Carolina, le sarebbe costata tuttavia davvero molto cara. Le fonti dell’epoca ricordano infatti come Carolina, già di fatto ripudiata dal marito, sarebbe stata condannata per adulterio in un processo a suo carico intentatole grazie alle prove raccolte contro di lei proprio durante il suo idilliaco soggiorno ternano.

    Saverio Ricci.
    Storico dell’arte, guida turistica dell’Umbria

GOETHE E GLI ULIVI

  • Pochi sanno, probabilmente, che prima di arrivare alla Cascata delle Marmore i viaggiatori dei secoli scorsi trovavano diversi altri motivi per apprezzare la campagna ternana. Motivi che potremmo definire… appetitosi !!

    Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832), di passaggio a Terni il 27 ottobre del 1786, non poté fare a meno di stupirsi per la presenza diffusissima degli ulivi: “In un terreno molto sassoso ho visto oggi le piante d’olivo più grandi e più annose (antiche) mai viste”. Il grande scrittore tedesco si incuriosì a tal punto da fornire ai lettori del suo voluminoso “Italienische Reise” (tradotto con il titolo di “Viaggio in Italia”) anche delle informazioni sulle modalità di raccolta delle olive: ”Siamo al principio della raccolta delle olive. I contadini le abbacchiano con le pertiche. Quando si annunzia un inverno precoce, il resto della raccolta si lascia sui rami fino a febbraio”.

    Le colline appena al di sopra di Terni erano così ricche di uliveti che non a caso una di esse prese il nome di Vocabolo Palma (toponimo che compare per la prima volta in una sentenza arbitrale del 1424), che è derivato dal termine tardo-latino palma inteso come “ramoscello di olivo”. Un’altra zona collinare a ridosso della conca ternana, Colle Lauro (in questo caso dal latino laurus in accezione di alloro), da sempre è interessata da intense coltivazioni di ulivi.

    Ma non erano solo gli uliveti a colpire i viaggiatori. Il borgo di Papigno ad esempio era famosissimo in tutta Europa per le sue pesche, i “perzichi”, una varietà della pesca giallona di cui è rimasta una memoria vaga e confusa, nonostante siano passati solo pochi decenni dalla fine della sua coltivazione. Ma a cominciare da Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) che ne parla con ammirazione nella sua Naturalis Historia, i perzichi di Papigno erano rinomati sin dal Seicento e vennero citati in molti testi successivi: "Frutti di una non ordinaria grossezza" li dichiara il Riccardi nei primi dell’Ottocento, mentre Alinda Bonacci Brunamonti alla fine del XIX secolo gli dedica perfino versi poetici: "e il Sol d’agosto imporpora la gota lanuginosa delle pesche d’oro", mentre più concreta è la testimonianza entusiasta del Vescovo di Terni, Vincenzo Tizzoni, secondo cui "le pesche di Papigno pesavano ognuna fino a venti once romane" (1843).

    Dovevano essere però molti altri i frutteti e le piantagioni che ricoprivano con i loro colori sgargianti tutti i terreni adatti alle coltivazioni. Suggestivo è il ricordo di viaggio del filosofo e storico francese Hyppolite Taine (1828-1893), in carrozza da Roma a Perugia nella primavera del 1864, che così descrisse la valle ternana attraversata procedendo dall’alto della collina su cui sorge Narni : “Il paesaggio si abbellisce ancora di più: ecco una pianura fertile di frumenti verdi, di olmi sposati alla vite, un grande giardino sorridente”.

    E siccome siamo in settembre, periodo di vendemmia, sarà bene concludere questa piacevole divagazione sulle antiche prelibatezze gustate dai viaggiatori ricordando che il celebre poeta decadentista Paul Valery (1871-1945) annotò tra le specialità gastronomiche della regione “le pregiate pesche di Papigno, a Spoleto squisiti i tartufi e le trote del Clitunno” e di Terni il “buon vino fatto alla maniera antica”.

    Saverio Ricci.
    Storico dell’arte, guida turistica dell’Umbria

DA TERNI ALL'AUSTRALIA

  • Oggi vi raccontiamo come fu che la fama della Cascata delle Marmore arrivò ai suoi antipodi geografici, ovvero nella lontanissima, e all’epoca sconosciuta e misteriosa, Australia.

    L'autore dei dipinti che sono le immagini di corredo a quest’articolo, l'artista austriaco Eugene Von Guerard (nato a Vienna nel 1811) ha vissuto la sua giovinezza a Napoli dove il padre Bernhard era impiegato come artista di corte da Ferdinando II, Re delle Due Sicilie. Dopo la morte per colera del padre nel 1836, Von Guerard rimase a Napoli ancora un paio d'anni, poi nel maggio del 1838 partì per Düsseldorf attraversando l'Italia centrale. Come avrebbe fatto per il resto della sua vita, il pittore ha allora registrato il suo viaggio in piccoli taccuini tascabili, annotando i luoghi e le date delle visite in maniera meticolosa. Siccome era stato abituato a fare simili escursioni di studio con il padre, adottò questa pratica anche durante il viaggio al termine del quale si trasferì in Germania. Dopo aver visitato Sora e Roma, sappiamo pertanto dalla lettura dei taccuini che tra il 14 e il 15 Luglio soggiornava nei pressi di Terni, per poi muoversi in direzione di Spoleto. L’artista tracciò in alcuni schizzi il ricordo del fiume Nera che si snodava immediatamente a fianco della strada che attraversava la sua valle, una città turrita (probabilmente Terni), poi il Lago di Piediluco, la Rocca e il ponte delle Torri di Spoleto.

    La tela con la Cascata delle Marmore è stata dipinta però soltanto nel 1845, quella del Lago di Piediluco nel 1847. In definitiva, Von Guerard si basò quindi sulla sua memoria fotografica, affidata ai disegni presi in loco, secondo una pratica diffusissima nel Settecento e ancora per tutto l'Ottocento. Quasi un decennio dopo il suo viaggio, Von Guerard era infatti ormai al termine degli studi all'Accademia di Belle Arti di Dusseldorf dove si affermò come pittore paesaggista proprio con le tele ispirate dal ricordo dei luoghi umbro-laziali che tanto lo avevano suggestionato. Un'attenta osservazione del mondo naturale e la convinzione che la mano di Dio era in tutti i fenomeni naturali, sono stati due dei principi guida del Romanticismo, entrambi i quali sono stati accolti con entusiasmo dall'artista, considerato un maestro nella composizione dei suoi dipinti e nel bilanciamento cromatico.

    Von Guerard lasciò Dusseldorf nel 1848, intenzionato a recarsi in California. Nel 1852 salpò dall'Inghilterra verso il continente americano: attratto dalla corsa all'oro, acquistò dei terreni allo scopo di sfruttarne le eventuali risorse minerarie. Il suo diario descrive il suo anno sfortunato alla ricerca di giacimenti auriferi. Non perse comunque l'abitudine al disegno, facendo moltissimi schizzi a matita. Dall'America si trasferì poi in Australia nel 1854, dove rimase per ben 16 anni, viaggiando e abbozzando disegni per dipinti che raffigurarono per la prima volta le zone selvagge delle regioni Victoria, Tasmania, New South Wales, South Australia e Nuova Zelanda, a volte in compagnia di celebri spedizioni scientifiche come quelle guidate da Alfred Howitt nel 1860 e da Georg von Neumayer nel 1862. In seguito ha trasferito molti dei suoi schizzi a penna e matita in tele commissionate da ricchi mecenati. Nel 1870 fece ritorno in Inghilterra e morì nel quartiere londinese di Chelsea nel 1901. Non sappiamo con sicurezza se viaggiò ancora in Italia, ma è molto probabile che possa aver visitato una seconda volta la Cascata e il territorio ternano, dal momento che è stato rintracciato un altro dipinto raffigurante le Marmore e la Valnerina, datato 1895.

    Per gran parte della sua vita, insomma, Von Guerard aveva portato con sé nei suoi spostamenti da un continente all'altro diversi dipinti raffiguranti vedute della Cascata delle Marmore e del Lago di Piediluco: in qualche caso conservati ancora oggi nei musei australiani, in altri casi in vendita nel mercato antiquario internazionale. Di sicuro considerava tra le sue opere più riuscite. Forse non soltanto per merito suo, ma anche e soprattutto per la prodigiosa bellezza dei luoghi che l’avevano incantato e che per tale motivo sempre gli restarono particolarmente cari.

    Saverio Ricci.
    Storico dell’arte, guida turistica dell’Umbria
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